Morire a 17 anni a Napoli

Non è facile vivere a Napoli.

Si nasce e si muore ed essere dalla parte “giusta” o da quella “sbagliata”.

Co-esistono e co-abitano persone cresciute in ambienti “degradati” e in ambienti cosiddetti “per bene”. Sicuramente sono ecosistemi “diversi”, ciascuno con le proprie regole.

Questo il dramma. Napoli è un sistema complesso e comprenderlo lo è ancora di più.

Da una parte esiste chi è cresciuto avvalendosi delle regole dello Stato, regole di convivenza civile e cerca di farle rispettare. Dall’altra, c’è chi queste regole non le ha mai ricevute, anzi, per meglio dire, ha ricevuto regole che sono in continua opposizione con le prime.

In questo disordine-caos-anarchia chiamato da molti (a torto o a ragione) napoletanità, coesistono, coabitano, convivono quelli che le regole comuni di civiltà le rispettano o tentano di farle rispettare e allora non puoi fare altro che biasimare il carabiniere che non avrebbe mai dovuto premere quel grilletto e che s’è trasformato in un assassino. D’altro canto non si può provare che profonda sofferenza per la morte di un ragazzo di appena 17 anni, qualsiasi siano le sue “colpe”.

A questo si aggiunge una sensazione di disgusto per quei cittadini che hanno messo a ferro e fuoco un quartiere trasformandolo in far west. I peccati altrui non mi autorizzano al venir meno ai miei principi e in quest’ambito non è che ci si deve adeguare al degrado.

Siamo al tempo stesso vittime e carnefici: vittime di una parte “diversa/degradata” della città e carnefici di quella stessa parte che isoliamo e allontaniamo proprio per la sua “diversità”.

Con tutte le mie forze io proseguo secondo i miei principi, ma legalità e rispetto delle leggi sono cose che appartengono solo alle persone veramente forti e coraggiose.

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